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Intervista con Claudio Diatto: Il vento fa il suo giro

La mostra “Into the Woods”, organizzata dalla ArtCN Gallery in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Shanghai, presenta i lavori di Claudio Diatto e di Guo Donglai. I due artisti, provenienti da generazioni e Paesi diversi, condividono una comune sensibilità sul tema della natura e, in particolare, del bosco.

Il 12 marzo l’artista Diatto, in collegamento dal suo studio in Dogliani, è stato protagonista di un talk online con Raffaella Gallo. Ha parlato della sua pratica artistica, delle principali fonti di ispirazione del suo lavoro, focalizzando la discussione sulle serie attualmente in mostra a Shanghai.

Intervista

Raffaella Gallo: Vorrei iniziare la nostra chiacchierata parlando dei tuoi lavori presentati da ArtCN.

Claudio Diatto: Le opere di “Into the Woods” appartengono a due serie a cui sto lavorando da molti anni e che sono nate per certi aspetti separatamente. Textus quest’anno festeggia più di 10 anni, mentre quello di Divenire|Become è un percorso che dura da 5.
A uno sguardo superficiale, può sembrare che vadano in direzioni diverse, perchè una è figurativa e l’altra astratta. In realtà, la grande gioia nel realizzare questi lavori è stato lo scoprire che a un certo punto i due percorsi si sono uniti.
Nelle valli di montagna della mia regione c’è un proverbio che dice: “Il vento fa il suo giro”. Le cose della vita e del lavoro, belle, brutte o difficili, vengono prese dal vento, che fa il suo giro e ritorna: tutto si calma e l’energia continua a fluire. È quello che è successo a me con queste due serie.

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Installazione della serie Divenire|Become nella mostra “Into The Woods”, presso ArtCN Gallery

RG: A partire dal titolo, l’enfasi è posta sul bosco come punto comune tra i tuoi lavori e quelli di Guo Donglai. Cosa rappresenta, per te, il bosco?

CD: Il bosco è il luogo in cui trovo ispirazione, l’elemento simbolo della natura e del rapporto spesso conflittuale tra uomo e natura. Il “bosco del Giaulot”, non lontano da casa mia, è diventato il mio laboratorio esterno: qui rifletto, trovo lo stimolo e la spinta per cominciare il lavoro pratico ed esecutivo sulle opere. Anche la Mano fertile, riprodotta sulla parete centrale della galleria, è un racconto pop di situazioni che contengono stilizzazioni molto importanti del bosco e della natura.

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Riproduzione di “Mano Fertile”

Se consideriamo l’artista come un costruttore di mondi, fino al momento di “Textus” e della serie, ad essa parallela, di cui la “Mano Fertile” fa parte, io avevo costruito il mio con forme che erano di origine non naturalistica, ma comunque figurativa. Proprio grazie a questa tecnica di immersione preventiva nel bosco, mi sono reso conto che la forma di rappresentazione artistica poteva avere in realtà anche uno sviluppo astratto, parallelo a quello figurativo.

RG: Come da te evidenziato, con le due serie in mostra presenti sia il linguaggio astratto che quello figurativo. Qual è il dialogo che si innesca tra loro, nella tua pratica artistica?

CD: Nella storia dell’arte, il pubblico e anche gli artisti nell’ultimo secolo hanno letto e categorizzato le opere in questi due grandi filoni, che quasi sempre sono stati considerati due cose diverse. Con Divenire|Become io intraprendo il tentativo di dimostrare prima di tutto a me stesso che le due strade non sono separate.
Dopo aver desiderato di farlo per più di 30 anni, ho preso un ingrandimento su carta di un lavoro del mio momento figurativo (la Mano fertile) e attraverso una serie di mascherine nere, su cui ho ritagliato dei quadrati a misure differenti, ho estratto 120 frammenti, senza toccare nulla della linea del disegno originale. Al punto che se volete fare lo stesso percorso, con la fotografia di uno dei 40 frammenti qui esposti potete cercare il corrispondente sulla riproduzione della mano.
La linea delle forme è rimasta la stessa, ma il colore è cambiato. Non solo: il pieno può essere diventato vuoto, e viceversa. È il contorno della forma a non essere cambiato.

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Divenire|Become 24, acrilico su carta intagliata, 22,5×22,5cm, 2014

Questo è il punto in cui il vento dentro di me ha fatto il giro: ho capito che la forma, ovvero il contorno che divide i diversi colori, è all’origine dei due percorsi. Attraverso i frammenti di Divenire|Become nasce una grammatica diversa da quella figurativa, e con essa la possibilità di leggere il racconto come un singolo pezzo, oppure in un ritmo di 9, oppure ancora come una infinita serie, che qui in mostra si sviluppa in 2 strisce di 15 pezzi, che però potrebbero essere 100 o 2.000… Il discorso rimane astratto; ogni frammento o combinazione di frammenti non è statico, ma nel tempo costruisce e combina nuove storie.
Con Divenire|Become sono arrivato al frammento come chiave di tutto, che compone e contiene tutto l’universo. E questa è la differenza tra il racconto figurativo e il racconto astratto.

RG: Quali sono le principali fonti di ispirazione, per la ricerca di Divenire|Become?

CD: Sono molte, ma il mio mentore in questa serie è Ellsworth Kelly, che lavorò sulla forma e dimostrò al mondo che la forma è il contenuto. Se nella Mano Fertile o nei miei boschi di carta il contenuto è il racconto spirituale della natura, in Divenire|Become la forma è il contenuto, così come la forma è l’origine di tutti i racconti che noi possiamo fare in arte.
Nella sua ricerca, Kelly è partito dal contorno delle forme dei vegetali e su questo ha ragionato. Io sono partito dal bosco, dalla sintesi della forma degli alberi.
Camminando nel bosco sono colpito da una emozione di profumi, forme, colori diversi, e percepisco una totalità che fino a un momento prima potevo pensare di rappresentare come artista in una maniera figurativa, naturalistica. Attraverso i frammenti di Divenire|Become ho capito che queste sensazioni nel bosco sono l’unione di tante piccole, piccolissime forme, che come artista posso andare a individuare, bloccare, riprodurre.
Con la Mano fertile ho disegnato l’insieme. Messi uno vicino all’altro, i frammenti che da essa ho ricavato non raccontano più la mano, ma raccontano tutto il mondo, e ognuna di queste forme è una delle milioni che io posso anche andare a trovare nel mio bosco.
La lezione di Paul Klee ci dice che se, in quanto artista, nell’infinitamente grande della Natura io individuo e disegno l’infinitamente piccolo, è come se rappresentassi il tutto. Dal punto di vista del pubblico, se esso riconosce l’anima di quella piccola forma, allora riconosce la forma di tutto il mondo: ha nelle mani il potere di diventare co-artista e costruire il suo racconto parallelo. Ecco perché questa mia ultima serie, che come una madre raccoglie tutte le precedenti, si chiama Divenire|Become: è come un lievito madre, che continua a rimanere attivo anche dopo il processo creativo.

RG: “Into the Woods” presenta anche un’opera della serie Textus. Il lavoro contiene due sezioni: la parte nera è l’elaborazione grafica di una fotografia da te scattata all’interno del bosco; il frammento di paper cut dipinto è sempre la rappresentazione di un bosco, ma in una sintesi geometrica, realizzata in una maniera stilizzata e con una concezione di tipo architettonico . Ci parli di questa giustapposizione?

CD: La base della riflessione della serie Textus è la filosofia dell’ultimo secolo e riguarda la vita di ognuno di noi: il paper cut dipinto è il simbolo della Realtà, mentre l’incisione dipinta rappresenta il Reale.
La realtà è la convenzione sociale attraverso la quale ognuno di noi vive il mondo e in base alla quale noi diamo un nome alle cose, alle situazioni. È la convenzione che ritroviamo ogni giorno e che ci dà sicurezza: la sicurezza del mondo. Senza questa convenzione, noi non potremmo affrontare il terrificante, che è un altro modo di chiamare il reale: la morte, le disgrazie, i lutti. Con la luna, con questa foresta fiabesca, io racconto nel paper cut la scena tranquillizzante di una natura simbolica in cui qualcosa di bello è appena successo, o potrebbe succedere. Nella parte nera è accaduto qualcosa di brutto: ci siamo perduti nel bosco, è arrivata una tempesta, abbiamo vissuto una forte paura, ma il temporale è finito e noi siamo sopravvissuti. Ogni volta in cui nel corso della vita si vive un lutto, o una situazione di vita o di lavoro viene distrutta e bisogna ricostruirla, ci si rende conto che c’è un velo che separa la nostra realtà dal reale, ovvero dalle nostre paure, dal terrificante.
A suo modo ogni cultura, l’oriente come l’occidente, con i suoi sistemi e le sue tradizioni capisce che le due parti non possono essere separate, ma devono viaggiare insieme. La serie Textus ha in sé questo parallelo: le sezioni sono sempre due, una accanto all’altra. Il senso di questi lavori consiste nel raccontare che la capacità di ognuno di noi di vivere la propria vita sta nel viaggiare con queste due situazioni giustapposte: nel non illudersi che il mondo sia solo la realtà, ma neppure nel temere che sia solo il reale.

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A sinistra: Claudio Diatto, Textus, acrilico su intaglio di carta e incisione su carta dipinta, 70x140cm, 2016
A destra: Guo Donglai, 643128.2, legno di cipresso e acrilico su lino, 64x31x28,2 cm, 2021

RG: Per concludere questa nostra chiacchierata: come si rapporta Textus con Divenire|Become e la serie di cui la Mano Fertile fa parte?

CD: La serie della Mano Fertile aveva già due possibili letture. La mano, ad esempio, che rappresenta il senso del fare e quindi è costruttiva, conteneva in modo molto più delicato e dolce lo stesso tipo di messaggio di Textus. Textus è pertanto la sintesi per certi aspetti più cinica di questo racconto, mentre la mano e Divenire|Become, con i loro colori squillanti, sono la sintesi più consolatoria.
Sebbene sia una sintesi più drammatica, in Textus noi ci salviamo comunque.
In Textus, ognuno di noi è come il grande William Turner, che per dipingere il reale si è fatto legare su un palo di un brigantino nel mezzo di una tempesta e per questo si è preso la polmonite: doveva vivere il reale per poterlo rappresentare.

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Claudio Diatto e Raffaella Gallo

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